Storie da questa e Altre Terre

Eccomi

Blogger: Ihadadream
Nome: Anna
Recito per passione. Insegno per vivere. Scrivo, come so, quando mi va.

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luglio 2007

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lunedì, 30 luglio 2007

Potete chiamarmi Arno, se volete.

O non chiamarmi affatto.

Vi prego solo di lasciarmi stare qui un po’ insieme a voi presso questo fuoco.

Al sicuro, almeno per un po’.

Ho vent’anni e vengo da un villaggio come ce ne sono tanti. Un posto noioso e inutile, dove sono finito dopo che i miei genitori sono morti e il vecchio mi ha preso con sé.

Avevo dodici anni e  più nessuno al mondo a parte lui, il nonno.

Non so cosa non abbia funzionato tra noi. Era gentile. Di più. Era la personificazione della bontà. Mai una parola di troppo, mai un rimprovero brusco.

Aveva con me e le mie intemperanze una pazienza infinita. Non so perché non mi riuscì di affezionarmici.

Era un valente orafo. Venivano da ogni angolo del regno in quel pulcioso paese solo per avere un suo gioiello. Lui creava, senza sforzo apparente, meraviglie d’oro e d’argento per ornare colli e dita di dame lontane. Cesellava impugnature di spada con tralci di foglie o serpenti che sembravano sul punto di prender vita, per la vanità dei loro cavalieri.   

Avrebbe potuto diventare ricchissimo in poco tempo, ma lui si accontentava di cifre modeste. Diceva che troppo denaro avrebbe spento la sua arte e appesantito la sua vita. Un cumulo di sciocchezze, a mio parere.

Provò a più riprese ad appassionarmi alla sua arte, ma non avevo né talento né pazienza. Lui però  non si scoraggiava mai. Né si lagnava della mia rudezza.

Per quanto dovessi tutto alla sua generosità e al suo affetto,  e nonostante non fosse né invadente né oppressivo con me, trovavo la sua bontà irritante e fastidiosa oltre misura e  non passava giorno che non meditassi come andarmene e liberarmi della sua tutela.

Un giorno ricevette l’incarico di creare un anello di grande valore.

Come la dama a cui era destinato il gioiello racchiudeva in sé semplicità e bellezza senza uguali. Il vecchio forgiò una foglia d’oro bianco che pareva quasi muoversi al fruscio del vento. Su di essa, quale goccia di rugiada era posata una  rara perla traslucida  di Marenbar, sufficiente da sola a comprare una città.

O a permettermi di cambiare rotta alla mia vita.

Quell’anello cominciò a ossessionarmi. Notte e giorno.

In attesa che il committente venisse a prenderlo, il nonno conservava il gioiello in un comune sacchetto di velluto verde, dentro ad un cassetto del tavolo. Senza precauzioni di sorta.

Diceva che l’ossessione per la sicurezza invita il ladro.

Io pensai semplicemente che era la mia occasione.

Ora credo che avesse preordinato tutto dal principio per dannarmi l’esistenza.

Sì, deve essere così.

Mi colse una notte mentre mi infilavo il sacchetto in una tasca. Vide che il mio piccolo bagaglio era già pronto ai miei piedi e capì. Una nube liquida di tristezza si allargò nei suoi vecchi occhi. Qualcosa come una resa stanca.

Fu quello, credo, che accese il mio furore.

Mi gettai su di lui e lo scossi come un alberello. Non diede un grido. La testa canuta sbatté contro il muro una sola volta e si afflosciò di lato. Tanto facilmente la vita si allontana dal corpo. Mi stupì un poco.

Era fatto. Sollevai il suo mucchietto d’ossa e lo deposi sul letto, così l’indomani nessuno avrebbe potuto scorgere il suo corpo sul pavimento della bottega e dare l’allarme. Avrebbero pensato che fossimo in viaggio, come a volte capitava quando facevamo delle consegne, e così avrei avuto qualche giorno di vantaggio per allontanarmi di lì e organizzarmi. Afferrai tutto il  denaro che c’era in casa e me ne andai.

Lasciai presto le strade battute e mi inoltrai nella foresta. Avevo la sensazione di essere seguito. Qualcosa come un occhio che non mi lasciava mai nemmeno nelle rare soste che mi concedevo per riposare. Uno scherzo dell’immaginazione, pensai.

Una notte però un bandito mi  aggredì a tradimento.

Giacevo a terra pesto e sanguinante, mentre lui si dava da fare a frugarmi tasche e bagaglio. Si era già impossessato del mio denaro quando d’un tratto si arrestò e tese le orecchio in ascolto di qualcosa che però io non avvertivo. Cominciò a gesticolare nell’aria, come per scacciare insetti fastidiosi venuti a tormentarlo, Quindi  il suo volto sbiancò come preda di un improvviso terrore. Fuggì come se avesse il diavolo alle calcagna.

Io piombai nell’incoscienza per qualche ora e quando mi riebbi scoprii che l’anello era ancora al suo posto appeso al mio collo. Mi lavai le ferite nel ruscello. Niente di grave a parte un feroce mal di testa per il colpo ricevuto. Cominciai a camminare senza una meta precisa se non quella di lasciare il regno e dirigermi a nord.

Sono  in viaggio da dieci giorni da allora.

La presenza che mi segue è sempre con me. Il suo sguardo non mi abbandona.
So che potrei dormire al sicuro sotto quella protezione. Ma è una protezione che mi terrorizza e toglie il sonno ai miei occhi, nonostante sia esausto.

Anche adesso è qui, sapete? Scruta e soppesa le vostre intenzioni. Sonda con artigli rapaci i vostri cuori, non ve ne accorgete?

Angelo dalle gelide ali, non mi lascerà mai. Adesso lo so.

Sarebbe stato meglio, sì,  essere morto.

Postato da: Ihadadream a 11:47 | link | commenti (4)
viandanti

giovedì, 12 luglio 2007

Invito

Immagina  una notte stellata di inizio estate.
Aggiungi una piccola radura nel cuore di un fitto bosco .
Al centro di questa radura accanto a un piccolo fuoco da campo c'è una figura avvolta in un mantello. Puoi darle l'identità che preferisci (uomo, donna, elfo, gigante, ecc).
Il custode del fuoco  ti invita ad accomodarti con lui (o lei) e a condividere il cibo. In cambio chiede  un pezzo della tua storia.

Se vuoi fermarti, puoi diventare il personaggio che preferisci e presentarti come tale. Qui puoi mescolare verità e bugia, sogno e realtà, e raccontare di questa tua identità la storia che preferisci.

Benvenuto.
Benvenuta.

fuoco%20bivacco

Nimeth

Il mio nome è Nimeth, del Popolo Viaggiante.

Se conosci i colori della mia gente sai che sono una Ker-alha, vale a dire “colei-che-ascolta”. Un’apprendista cui non  è ancora consentito tessere storie.

La volpe sospettosa  che vedi è Bainak, il mio Compagno di Viaggio. E’ molto protettivo nei miei confronti, perdonalo. Un legame speciale unisce ognuno di noi Viaggianti al suo Compagno. Un legame per la vita, come forse sai. Ora lascerò che provveda a nutrirsi.

Vai fratello, non c’è pericolo per noi qui. Che la caccia ti sia propizia.

Di me non c’è molto da dire, ma poiché lo chiedi con cortesia, ti dirò quello che posso. E’ troppo buio qui intorno e parlarti di me è un piccolo prezzo per un po’ di compagnia e del cibo caldo.

La mia vita non è diversa da quella di molti del mio popolo.

Siamo Viaggiatori.

Prima di poter vestire il verde dei Tessitori di Storie, trascorriamo dieci anni in qualità di Raccoglitori, indossando prima il giallo e poi il rosso.

A volte mi chiedo se non si verifichino più guarigioni così…la gente in fondo vuole solo questo, essere ascoltata. Depongono davanti a me la loro storia insieme a un pane o un cesto di frutta e se ne vanno pacificati. Forse non sempre, ma abbastanza spesso da farmi pensare che molti dei mali degli uomini si sciolgono se affidati alle parole. Non che sia facile, comunque.

Qualche volta ci sono lacrime ad indugiare agli angoli degli occhi.

Altre volte è la rabbia a scuotere i lembi della mia tenda.

Spesso è ansia premuta forte sulla bocca che infine sguscia via verso le cime degli alberi che non sanno che farsene.

Il nostro è un lungo apprendistato che richiede pazienza, controllo e un cuore saldo. Anche dopo i dieci anni prescritti non è detto che gli Anziani ti ritengano pronto. Quando accade, l’apprendista deve ricominciare da capo.

Se però sei idoneo, vieni iniziato dal consiglio e ti vengono affidate le Parole di Guarigione. E’ un rito di cui non mi è permesso parlare e comunque io stessa conosco solo leggende al riguardo. Gli anziani dicono che la conoscenza prematura potrebbe spaventarci  e farci recedere dal compito  e sono certa che hanno ragione.

Anche delle storie che raccolgo non posso parlare.

Ti dirò dove le troviamo. Ovunque.

Nel vento, nell’acqua, nel fitto degli alberi o nel deserto più arido.

Nei vicoli maleodoranti delle città o nel calore di un piccolo accampamento come questo.

Ci sono storie di luce e storie di oscurità.

Storie di vento e di fiamma.

Storie sfuggenti come  serpi.

Storie conficcate nelle profondità della terra o impigliate nei fili dove i panni sono stesi ad asciugare.

Storie intrappolate in camini fuligginosi che smaniano per uscire, oppure vaganti senza una meta per la campagna.

Ci sono storie narrate solo con gli occhi o ferme agli angoli della bocca.

Storie bestemmiate e feroci.

Storie fatte di pura malinconia e storie più dolci dei frutti del jaar che danno conforto ai cuori stanchi.

Storie. Ognuna con il suo dono.
Come dici? Ah devo essermi toccata la fronte mentre parlavo e il taglio ha ripreso a sanguinare. Non è niente di grave. La paura fa fare strane cose alla gente…

Chi si trova nella morsa di un dolore forte spesso non capisce. Forse non vuole capire.

Gliel’ho detto che non  potevo tessere una storia di guarigione.

Come se potessimo guarire tutti, poi… Non siamo stregoni o incantatori.

Quella donna era troppo in là nella Luce (o nell’Oscurità, se è così che la vedi) e solo il più abile tra noi avrebbero potuto riportarla indietro.  Forse neanche.

Ho sbagliato.

Mi sono lasciata toccare dalla pena di quel giovane e ho ceduto alle sue suppliche.

Ho fatto cantare il mio tamburo sacro.

Ho pronunciato, senza avere alcun diritto,  tutte le parole di potere che conoscevo. Le ho gridate al fuoco, all’aria, all’acqua e alla terra.

Io, che sono indegna e incapace.

La donna è sprofondata nella morte dove era diretta e loro non hanno capito.

Non mi hanno ucciso perché temono l’ira del  Popolo Viaggiante, ma con sguardi minacciosi e agitar di bastoni mi hanno accompagnato alla porta del villaggio.

Ci sono state grida e qualcuno ha tirato sassi.

Qualcuno che aveva buona mira…già.

Ho imboccato la foresta e ho camminato per un tempo che mi è parso interminabile, finchè non ho visto il tuo fuoco.

Bainak non ha mai lasciato il mio fianco.

Ora sono esausta, perciò ti prego, venerabile, lascia che io mi stenda qui.

So che difficilmente il sonno verrà, ma voglio che i miei occhi si riempiano di queste belle stelle.

Postato da: Ihadadream a 12:35 | link | commenti (17)
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